FILICUDI. LENTICCHIE PREISTORICHE A FILO BRACCIO

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di Gianfranco Cusumano

Filicudi scopre l’archeobotanica. Durante i lavori di riqualificazione dell’area archeologica di Filo Braccio avviati a febbraio, oltre al ritrovamento di altre due capanne preistoriche risalenti all’età del Bronzo (che si aggiungono alla quattro ritrovate nel1959), è stato portato alla luce del vasellame, alcuni pezzi in perfetto stato di conservazione e una struttura all’aperto adibita ad area di lavoro con un focolare al centro che conservava semi di lenticchie, orzo, grano e altri prodotti agricoli che consentiranno di conoscere e studiare la storia delle coltivazioni nelle isole Eolie. «I prodotti essendo stati bruciati – spiegano alla Soprintendenza – hanno mantenuto un buono stato di conservazione, dunque i colleghi specializzati in archeobotanica avranno materiale per studi più approfonditi anche sulla tipologia di cibo che si mangiava all’epoca nei due villaggi di Filicudi». Con le ceramiche,  decorate con sottili tratti incisi, risalenti al II Millennio, quando giunsero nell’arcipelago gli Eoli, il leggendario popolo che diede il nome alle isole messinesi, anche resti di capre e di animali domestici.
La riqualificazione e la campagna di scavi di Filicudi e Panarea è stata finanziata dal comune di Lipari tramite fondi comunitari. Sono stati installati tabelloni didattici, tracciati sentieri e ripristinati muri di terrazzamento agricolo costruiti nel secolo scorso. A supervisionare i lavori il Servizio beni Archeologici della Soprintendenza di Messina diretta da Gabriella Tigano. Il villaggio è composto da capanne di 8-10 metri di diametro in discreto stato di conservazione.

 

Alle quattro capanne scoperte nel 1959 se ne sono aggiunte altre due a pianta ovale. Si tratta di strutture monumentali costruite con roccia locale. I muri hanno una doppia faccia, sinonimo di un’architettura molto elaborata.
Quello in pianura è il primo insediamento di Filicudi. Gli abitanti erano venuti da mare, e avevano ritenuto il piano del porto un luogo ideale per insediarsi, ma era troppo accessibile anche ai nemici, per cui per necessità di difesa e per un migliore controllo del mare, la popolazione si trasferì in cima al monte di Capo Graziano.
Sono numerose le reliquie dell’età del Bronzo ritrovate nel corso delle campagne: in un primo tempo (inizi II millennio a.C.) un villaggio sorgeva sulla costa sud del Piano del Porto, in contrada Filo Braccio. Grandifilo-braccio capanne ovali, edificate con tecnica raffinata e più volte riutilizzate. Il materiale fittile recuperato possiede già le forme tipiche della facies culturale, che da capo Graziano prende nome; non sono venute alla luce ceramiche d’importazione. Durante il 1800 a.C., forse per il pericolo di incursioni provenienti dal mare, il villaggio è stato abbandonato e l’abitato si è spostato in posizione naturalmente munita dalla inaccessibilità del luogo su tre lati e dalla facilità difensiva del quarto lato. Le capanne riportate alla luce dal lavoro degli archeologi, composte da un unico vano, sono addossate le une alle altre per sfruttare al meglio lo spazio più ristretto del Piano del Porto e presentano in genere dimensioni minori. Il pavimento era posto a un livello inferiore a quello del suolo esterno in modo tale che, dal mare, fossero visibili solo i tetti di paglia. Molte recano evidenti tracce di ripetute ricostruzioni, talvolta con un sensibile mutamento di sito.
Nell’isola di Panarea, invece, è stato riqualificato il villaggio dell’età del Bronzo medio (metà del II° Millennio) sulla penisola di Capo Milazzese e che fu abitato da gruppi umani di origine siciliana, appartenenti alla cultura di Thapsos-Milazzese. All’ingresso del villaggio è stato anche messo in luce il basamento di una torre costruita per difendere l’unico accesso da terra al pianoro di punta milazzese.

    Scritto da Igor il 2 giugno 2009 |

 

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